Motivo apparente

Interno sera.

… Quanto di noi incollato in angoli remoti di strade.

Eri diventato la mia città. Dita lunghe avvolgevano pezzi di cielo e i tuoi occhi per un attimo, ogni giorno, diventavano i miei.

È un mostro la nostalgia. Ad ogni passo rapisce la forma del mio cuore e pare dimenticarsi di rimetterla al suo posto.

Il respiro in solitaria si fa affanno e ogni metro che avanzo smetto di chiedermi perché.

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Amelia Rosselli

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.

Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.1F703D5D-A9FC-47AC-BC32-969F29B4583D.jpeg

Fili d’erba

Quella voglia di isolarsi dal mondo.

Su un tappeto, ginocchia calde, arabeggianti pensieri di mistica poesia.

Sesso nella carne pura. Sporche intenzioni di passati echi. Uomini minuscoli nell’anima, giganti nel corpo.

Esili, come spaventati fili d’erba, le mie speranze si accovacciano sul cuore e da lì rinascono minute ma forti di nuove consapevolezze.

Settembre

Interno sera.

Note di “No Halo” Kevin Morby, insieme all’aria frizzante di metà settembre, riempiono la stanza.

Mi troverai con una gonna lunga fino ai piedi, scarpe basse, un foulard di seta annodato in testa.

Stile mio.

Camoufflage di sentimenti e dolori che si tuffano dalla pelle al cuore.

Io.

Stile mio.

Ricordi.

Una casacca di lino color nuvole, pantaloni di lino pure loro, morbidi sulle gambe, una collana lunga come la canzone dei nostri sentimenti.

Ricordi.

Bocche e braccia contro il sole. Fronde benigne di alberi maestosi.

Noi?!?

Io.

Stasera chiudo gli occhi e il vento di settembre mi accarezza traumi e capelli.

Piano

Interno pomeriggio.

Sul corpo visibili. Nell’anima invisibili. I segni delle terapie mattutine.

Pochi passi tra l’ospedale e casa, il mio personale calvario. Senza stazioni ma con il respiro che abbandona i polmoni e il sudore che “sporca” la fronte.

Il letto, un po’ culla, un po’ nemico.

Riposo.

Fuori, fortunatamente, ancora caldo che il sole è la mia forza, da sempre.

Quando sono triste oppure ho un problema, io esco e mitigo la sofferenza.

Il letto.

Fuori il sole.

Pelle lievemente abbronzata.

Io.

Oggi ti penso ancora.

Ti penso. Io donna resiliente, ancora con una “sciocca” dolcezza nel cuore. Perché tanto ti ho amato e l’amore non si cancella  con un colpo di dolore.

Ti penso ma tu nemmeno un messaggio per chiedere come sto.

Ti penso ma piano, piano, sto allenandomi a “lasciarti andare” con la speranza che non faccia più male.

Io

Interno giorno.

La salute sta capitolando. Cosa ne sarà del mio corpo, e dei colpi ferali che subisce da una malattia orfana di reali cure, non è dato sapere.

Dilaniata dal dolore. Sul divano. Resisto.

Né reni. Né respiro.

Sarà ciò che non vedo, senza nome, ad uccidere.

Intanto respiro.

Intanto, ancora, resisto.

Gonfia. Sto perdendo di nuovo i capelli, quelli che coraggiosi erano ricresciuti. Li ho tagliati corti e davanti li raccolgo con le mani, ciocca a ciocca, per evitare che muoiano sul pavimento freddo.

Io.

Io.

Io.

Viva in ogni doloroso respiro.