Vaara Penhaligon’s

Timida ragazza, dammi il polso! Un velo di brumosa dolcezza. Uno spruzzo appena accennato sulla linea del destino che congiunge il polso alla mano. Cerchio di vita quel sottile braccio che si muove graziosamente nell’aria.

È una rosa dolce, un po’ infantile che discreta ingaggia una lotta istintiva con lo zafferano. Prima soccombe e la spezia seduce con il suo calore, poi diventa maliziosa e riesce a sferrare il colpo assassino che la rende dominatrice assoluta. Solo in quel momento la fanciulla, irretita dalla dolce fragranza della rosa, conquisterà il cuore del suo amore.

Sul fondo, nelle ore che scivolano tiepide nella notte, danzano avvolgenti note di benzoino, Fava Tonka e muschio bianco.

Sarà un bacio che concluderà la serata e il profumo sui suoi  polsi si confonderà con quello umido della bocca dell’amato.

 

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Oltre

Mi spingo oltre

ad occidente dei

tuoi pensieri.

Una mano sottile

copre scabre timidezze.

Lasciamo che sia eterno

questo umano amore.

skills

C’è un tempo in cui il genio si manifesta. Preceduto da un silenzio quasi mortale, da anime narcotizzate, all’improvviso arriva chi rompe la superficie. Una crepa, poi una voragine e tutti vengono risucchiati in questo movimento centripeto. Dritti al centro del cuore del mondo. Di quei sentimenti che, con faccia gentile, smuovono anche l’impossibile.

Questo, dopo decenni di atrofia emotiva, mi sembra uno di quei momenti. Come se un Dio benevolo, mosso a pietà, ci abbia concesso la possibilità di guardarci dentro e di scoprire che ci si può specchiare nella magica abilità di creare poesia, senza uscirne devastati.

È la forza dell’empatia, delle competenze profonde, accurate ma nascoste sotto un sensuale velo di timidezza.

Mi auguro che questo duri il più a lungo possibile… e che ognuno possa goderne appieno, perché è proprio da quella crepa che s’intravede un’idea di felicità!

Dude

Avevo bisogno di sentire la tua pelle. La forma umida del tuo respiro sul mio viso, sugli occhi socchiusi, nello spazio sottile tra le orecchie e i capelli.

Di notte un’insonnia da rapace affamato mi tormentava, tenendomi sveglio contro ogni volontà, impendendo al sonno di vincere anche la più insignificante battaglia.

La mattina mi trascinavo nascondendo la stanchezza sotto la mia amabile esuberanza. La vera energia, il pensiero di te. Stampella d’acciaio a sorreggere la mia  anima fiaccata da un desiderio che mai era stato così potente.

Mi sorprendevo a controllare orari di aerei che avrei voluto prendere. Appoggiato ad un muro, nascosto da sguardi che avrebbero immaginato cosa covavo dentro la mia anima, scorrevo freneticamente tabelle orarie di compagnie aeree, cercando l’orario più prossimo che mi avrebbe portato da te, mitigando precocemente una straziante nostalgia. Ogni giorno così. Se avessero fotografato il mio viso, probabilmente, avrebbero intravisto un sorriso appena accennato di sottile beatitudine.

Passavano i mesi. Messaggi, che solo noi potevamo decifrare, apparivano fugacemente alla mercé di chiunque sbirciava voyeuristicamente nelle nostre vite. Non mi bastava la tua voce. Appena un sussurro d’amore incastrato tra le altre note vocali di whatsapp. Era un tormento sentirti perso. La tua assenza si amplificava nel tuo dolore che riconoscevo come mio.

Fingere. Andare avanti. Mostrare di essere il migliore, sempre. Dare agli altri ciò che si aspettano. La notte tormentarsi. Farsi divorare da un’insonnia malata di desiderio.

Ti osservavo da lontano. Sapevo quando uno sguardo era rivolto a me. Toccavo le tue mani in silenzio. Ero abile a manipolare la realtà, a tradurre segni, impercettibili, che solo noi sapevamo appartenerci.

Un morso di dolce, un pomeriggio in aeroporto. Zucchero sulla labbra a placare una fame che poco aveva a che fare con lo stomaco. Stavo arrivando da te. All’improvviso una possibilità si era manifestata dal nulla. Avremmo potuto vederci. Noi. Insieme. Noi.

I miei passi nel finger sembravano una presa in giro. Ero io, eppure nessuno sapeva da cosa fossi spinto, quale eccitata confusione faceva torcere ogni singolo nervo del mio corpo.

Durante il volo, finalmente, il sonno mi ha conquistato di soppiatto. Non ricordo sogni, solo una pausa buia da tutto il desiderio represso dei mesi precedenti.

Sono sceso confuso tra gli altri passeggeri. Sul telefono una nota con il terminal da raggiungere. Nella testa una lotta intestina tra leggerezza e struggente nostalgia.

Ho camminato disertando tapis roulant e scale mobili. Passi instabili su scale che volevo non finissero mai, per dilatare il tempo e godere di ogni minuto concesso.

Terminal 3, porte scorrevoli, gente affannata. Borse tra le mani, pensieri assonnati chiusi in teste di cui ignoravo storia e destino. Schiavi del jet-lag in cerca di un momento di pace, un angolo in cui concedersi di sognare senza il brusio incessante di un’ansia corrosiva.

Ti ho visto, alto tra gli alti, eppure la tua testa svettava di alcuni centimetri sulle altre, sempre. È il tuo biglietto da visita, il tuo segno distintivo, in cui perdermi per poi riconoscermi.

I miei passi si sono fatti rapidi, come piccoli movimenti di danza a sfiorare il pavimento. Sapevo di volare. Sentivo di non toccare terra, le braccia tese verso di te. Il nostro abbraccio, dopo mesi. Disperato, meraviglioso, caldo eppure così intenso da provocare brividi nella carne e nei pensieri.

Mi hai sorriso un po’ di traverso e hai spinto nella mia mano la tua tessera frequent-flyer. La chiave d’accesso al nostro spazio di condivisione. Casa atemporale in cui vivere la benevola concessione di stare insieme.

Ho sfiorato la tasca del tuo cappotto, ci ho infilato dentro tre dita. Le ho ritratte velocemente e ti ho sorriso. Camminavamo vicini, i tuoi capelli appena tagliati, il viso rasato, gli occhi brillanti di gioia. Quanta bellezza in te. Ad ogni passo provavo a contenerla in un abbraccio segreto. La tua bellezza che era anche la mia.

Un caffè seduti in un angolo, su un divano di fronte alla vetrata.

Ogni sorso, una fitta di desiderio. La bocca socchiusa non per parlare ma per catturare anche la più minuscola intenzione riflessa sulle tue labbra.

Mi hai preso un braccio per farmi alzare. Insieme verso lo spazio della lounge dedicato al riposo. Una sala da bagno enorme, tre porte dietro le quali si nascondevano altrettanti tesori. Una piccola sauna, una doccia con la cromoterapia, una stanza con oli profumati per massaggi rilassanti.

Abbiamo bloccato la porta dietro di noi.

Ho ritrovato la tua bocca, il sapore che ha nutrito la mia passione dalla prima volta che le tue labbra hanno sfiorato le mie.

Le nostre mani, gesti sensuali, eppure domestici. Le dita che sfiorano la sagoma del viso, mentre le nostre lingue si cercano febbrili.

Un morso al centro delle viscere.

I vestiti, in un angolo, ai nostri piedi.

Baci ovunque.

La pelle che scotta.

La mia vita stretta tra le tue braccia.

Gambe tese in una posizione scomoda, eppure essenza stessa del mio corpo.

Tu, dentro di me.

Spasmi. Non è solo piacere. È riconoscersi. Percepire vita e morte. Chiudere gli occhi e, ad ogni tuo movimento, sentire di essere un po’ di più me stesso.

 

 

 

 

Create

Pugni che lasciano a terra.  Sangue dal naso. Occhi come fuoco. Una lotta, un massacro, di cui s’ignora l’evoluzione.

Ogni parola, che divora la pagina bianca, è un sospiro, un momento sospeso in cui non si capisce se l’ossigeno brucia o nutre.

Il buio, la finestra aperta non illumina nuove ispirazioni. Morire con le mani chiuse in attesa di un refolo di vento che allontani il vuoto.

Il muto sguardo di chi non accoglie mature suggestioni. Scegliere se uccidere anche gli ultimi propositi.

Notte.

Notte.

Notte.

Sentenza maligna.

Notte.

Notte.

Notte.

Non la luce, è un’onda che parte dallo stomaco e le parole, come un’emorragia da un corpo stremato, tornano col loro respiro a bruciare ossigeno.

La vita prende forma, suggestiva evocazione di ciò che appare come realtà.

Dichiarazione

Posso apprezzare anche i tuoi cambiamenti di rotta. Ti piace una cosa poi non più. Ti prendi il merito di una decisione quando sei stato spinto a farlo. Eppure sei così dolce, premuroso, simpatico… che tutto il resto svanisce.

Bastano i tuoi occhi nei miei. Solo questo. Il mio cuore muore e rinasce senza consapevolezza alcuna. È così, non ci sono regole scritte.

I miei difetti si diluiscono nei tuoi. I miei pregi vengono amplificati dalla meraviglia dei tuoi.

Sto imparando tanto, mi concedo di farlo ancora e ancora. È un allenamento solitario. È mia la forza, ma accanto a te tutto diventa più accessibile, semplicemente facile.