Un banco orfano.

Parto da una piccola metafora, cristallizzata nella realtà, che mi racconta mio figlio ogni giorno.
Lui ha 11 anni e fa parte di quella generazione di ragazzini che è immersa nel multiculturalismo. Classi composte da bambini di provenienza variegata con storie, usi e tradizioni diverse alle spalle.
Figli di persone che sono venute in Italia da molti anni e che sono nati nel nostro paese. Bambini che hanno sentito la nostra lingua dal primo momento che si sono affacciati sulla terra e che hanno respirato la nostra realtà fin dal primo vagito.
Bambini come noi, nel senso più pragmatico del termine.
Bambini plasmati dall’edonismo che imperversa nella società occidentale da oltre cinquant’anni.
Bambini con le mani sporche di cioccolato e colori.
Bambini con il cellulare sempre acceso sui socialnetwork che tanto vanno di moda.
Bambini con le felpe e i jeans.
Bambini che corrono per i corridoi con il pallone da prendere a calci e le “parolacce” con l’inflessione dialettale della nostra italica lingua.
Bambini uguali a noi.
Bambini che vanno a scuola insieme a noi. Ogni giorno.
Bambini che si siedono sul banco illuminato dal sole dei giorni di primavera e reso buio dalle nuvole dell’inverno. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno.
Banchi che ospitano piccoli studenti, in quella scuola che dovrebbe essere elemento di coesione e di diffusione della cultura.
Motore propulsivo di nuove idee.
Coacervo di intenzioni, proposte, emozioni, regole.
Un melting pot fecondo. Questo dovrebbe essere la scuola.
Come sono questi bambini?
Sono figli di un banco orfano.
Spesso abbandonati a loro stessi.
Lontani dalla contaminazione culturale buona. Quella che migliora le persone e, a volte, le avvicina alla genialità.
Sono bambini col quaderno dalle pagine lasciate bianche. Dai fogli strappati. Dai libri con le “orecchie”.
Sono bambini soli con le loro diversità. Figli di genitori chiusi nelle loro tradizioni, usati come unico baluardo difensivo.
Sono bambini che non imparano le poesie e non si deliziano della musicalità della lingua.
Non rispettano gli obblighi che la scuola impone come prima forma di educazione.
Sono bambini smarriti.
La solitudine della mancanza di condivisione crea voragini che sono la casa ideale di mostri terrificanti.
Il banco orfano di una cultura comune, dell’incontro profondo con l’altro, genera fragilità e paura: un futuro incerto su cui muovere passi traballanti.

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