Abbiamo preparato i bagagli in fretta e furia. Non era rimasto nemmeno il tempo per pensare. Fuori nuvole grigie erano ammassate verso est e molto presto sarebbe venuto un violento temporale.

La stanza era semibuia, le tapparelle abbassate a metà facevano filtrare una luce cupa, quasi densa, che si appiccicava agli occhi senza procurare alcun sollievo all’anima.

“Ho paura!”

Mia madre si fermò in piedi davanti a me, un golf rosa stretto nella mano sinistra, e lo sguardo concentrato su un punto indefinito del mio viso. Con la mano destra mi accarezzò piano le guance e in silenzio ricominciò a riempire la valigia con le nostre cose.

Sentivo le lacrime bruciare dentro gli occhi, ma cercai di trattenerle. Sapevo che il dolore andava celato. Sarebbe venuto il tempo del pianto ma ora non potevo fare altro che resistere.

Non avrei più rivisto quella casa: la nostra casa.

Ogni mobile, oggetto, angolo era stato etichettato nel mio cervello. Avevo archiviato ogni cosa perché solo così avrei impedito a me stessa di dimenticare.

Tra pochi minuti avremmo attraversato il giardino. L’albero di ciliegio, la siepe di gelsomino, il cespuglio di lavanda vicino al cancello d’entrata. Potevo sentirne ancora la fragranza che in giugno riempiva l’aria, annunciando l’arrivo dell’estate.

Chiusi la mia borsa, infilai il passaporto nella tasca della giacca e arrotolai la sciarpa intorno al collo. Stretta come un boa a proteggermi collo e viso da ogni paura.

Mia madre trascinò due valigie oltre la porta. Era stanca, come invecchiata di colpo, i capelli le ricadevano in ciocche disordinate sulla fronte segnata. Chiuse la serratura con le mani che le tremavano. Era debole ma si comportava come se non lo fosse. Era per me che stava in piedi, facendo appello a tutta la sua forza interiore.

Fuori c’era una macchina ad attenderci.

Salimmo insieme dal lato posteriore.

Le valigie tra le gambe. Il sibilo del motore che tagliava il silenzio.

Mi girai verso la mia casa, da quel giorno non sarei più stata la stessa persona.

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