La superficialità, il rimanere sulla superficie.

E’  paura, stanchezza, incapacità?!?

Oppure l’insieme di tutte queste cose?

Quante cose vengono nascoste per evitare di sentire il dolore?

Si rimane seduti sulla crosta perché il respiro viene risucchiato da una forza, che pare venire dall’esterno, e si rinuncia a fare “un buco” per raggiungere lo strato più profondo.

La stanchezza prende il sopravvento, l’inettitudine porta a battere strade conosciute perché più comodo.

Non basta una sola “illuminazione”, è tutto il cammino che deve essere carico di quella struggente tensione,  di quella passione profonda che rende il percorso autentico.

“Autentico” che risponde ad una reale intensità interiore.

La risonanza di un’eco che viene da lontano.

E se non ci fosse niente da far risuonare?

E se tutto questo fosse solo un ripiegarsi su se stessi? Un vago tentativo, mal riuscito, di cercare qualcosa che è altro da sé ma che sostituisce l’impegno quotidiano con una sfumatura appena un po’ dolce di gratificazione?!?

Sarebbe così brutto chiudere la partita, accorgendosi solo alla fine di non aver mai giocato!

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