Il pavimento era ricoperto di piastrelle bianche e blu. Ceramica lucida, liscia piacevole al tatto.

Le aveva scelte Luca, dieci anni prima. E per quelle mattonelle avevano litigato tanto. Lei amava il legno, possibilmente grezzo, lui no.

Avevano discusso per una settimana o forse più. Alla fine Luca, in un pomeriggio in cui Sara era di turno in ospedale, era andato nel negozio di materiali edili e aveva comprato venti scatole di quelle mattonelle.

Sara era sdraiata a terra, con le braccia lungo il busto e le gambe leggermente divaricate. La guancia destra era schiacciata contro il pavimento e la bocca era piena di sangue. Aveva lo stesso sapore di quando da piccola si era fatta male cadendo dalla bicicletta e si era spaccata il labbro superiore: un gusto metallico.

Sentiva freddo, ma non riusciva a muoversi.

Sentiva il vicino del piano di sopra passare da un stanza all’altra con passi veloci. Poteva riconoscere il rumore delle ante dei mobili della cucina, l’acqua del rubinetto che rimbombava giù nelle tubature, il rumore sordo del tappeto contro la ringhiera.

Tutto era nitido come se i suoi sensi si fossero improvvisamente risvegliati. Poteva cogliere particolari a cui, fino a quel momento, non aveva mai fatto caso.

Era immobile, senza forze, eppure estremamente lucida. Immersa così tanto nella realtà da essere ben oltre il livello d’interpretazione a cui era abituata.

Era chiaro che lei poteva sentire gli altri ma nessuno avrebbe sentito lei.

La porta dell’ingresso si aprì. Riconobbe le scarpe sportive blu di Luca che si dirigevano verso di lei.

Si sentì trascinare per  le mani. Il corpo strusciò per qualche metro sul pavimento freddo. I pantaloni scivolarono un po’ oltre la vita e parte del suo bacino rimase scoperto. Stranamente non sentiva più dolore e la sua mente si concentrava su quei particolari insignificanti che pure la ferivano ferocemente.

Luca trafficò per qualche minuto nei cassetti del mobile all’ingresso, poi s’inginocchiò vicino a lei e legò le mani con una corda. Lei sentiva i polsi stretti come in un morsa, ma non riusciva a ribellarsi. Non aveva più forza. Il sangue continuva ad uscire dalla bocca e da un lato della testa. Era tutta sporca, sentiva sempre più freddo. Luca si alzò in piedi. Le poggiò un piede sul sedere e schiacciò con forza sull’osso sacro. Sentiva che stava bisbigliando con rabbia delle parole ma non riuscì a coglierne il senso.

Poi si inginocchiò di nuovo a fianco a lei, ma dall’altro lato del corpo, e le legò anche le caviglie.

Rimase legata sul pavimento davanti alla porta d’ingresso ancora per qualche minuto, poi sentì la testa contro la plastica liscia di un sacco per l’immondizia.

Faticava a respirare, quel poco di fiato che le era rimasto rimaneva incollato sui bordi del sacco come un vapore appiccicoso che non dava nessun sollievo.

Prima di  perdere i sensi, sentì il suo corpo che scivolava giù, forse in un buco, per parecchi metri.

L’ultimo eco che arrivò alle sue orecchie fu la voce di Luca che gridava oscenità contro di lei.

Stava morendo uccisa da chi per anni l’aveva chiamata “amore”!

C.M.

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