Smetti di chiedertelo. Poi quando le cose si fanno di nuovo complicate, ai limiti dell’impossibile, ecco che la domanda si affaccia di nuovo, subdola, dolorosa, assassina: “perché io?”.

Una domanda inutile.

Corrosiva.

Parassita.

Consuma solo energia che potrebbe essere impiegata per altro. Eppure resta lì, appiccicata in maniera precaria, senza staccarsi mai del tutto. Ci lavori su. Cerchi di elaborarla, ma nei momenti terribili torna con una violenza che terrorizza.

Ho capito che non posso farci niente, me la devo tenere. Perché pure lei è casuale, random, esattamente come la malattia(e).

Allora cerco di restare centrata, di essere comunque io. Anche in mezzo a tutto questo dolore. Anche alla possibilità di un fallimento (che comunque respingo con forza).

Non c’è un motivo. Ci si ammala, semplicemente. Poi cambia la scala di valori, chi si becca un raffreddore e chi “qualcosa di più”. Io faccio parte della seconda categoria. Per caso.

Forse la prossima volta sarò più fortunata, anche se non ne avrò coscienza.

Per adesso non posso fare altro che andare avanti e lottare. Ogni giorno. Ogni momento. Non da sola, con i medici, con gli altri malati che condividono parte del cammino con me, con le persone della mia realtà.

È un caso e non posso che continuare ad amare la mia vita ogni giorno, semplicemente!