Interno sera.

Sono forte perché mi concedo di essere debole. Ho preparato la cena. Grigliato le melanzane, tagliato i pomodorini, sminuzzato il basilico, raccolto l’origano da uno dei vasi di fronte alla cucina. Sgocciolato e affettato i nodini di bufala. Tostato il pane integrale. Un pizzico di sale, un giro di olio ligure.

A tavola. La nostra cena. Io e G. Tovagliette di corda, acqua, coca zero. Chiacchiere. Il tempo quieto. Mentre fuori un leggero vento fa muovere come in una danza minuta le tende della sala.

Il tempo. Il nostro.

Piccoli bocconi di quiete e serenità. La stanchezza mia. La stanchezza sua, dopo la lezione di latino (che occorre recuperare i giorni persi).

Noi.

Squilla il telefono, anzi s’illumina, che la suoneria è sempre rotta.

Tu.

La tua voce squillante. È ora di pranzo lì da te.

“Petite puce, ça va? Tu me manques”

Ed io resto in silenzio. Un po’ stordita e un po’ coccolata da quelle parole, apparentemente, sincere a cui non so di nuovo dare la giusta collocazione.

“Passami G. per favore.”

Mi sforzo. Sorrido come niente fosse. Gli cedo l’iPhone.

Lo scassone nelle sue mani grandi sembra ancora più vecchio ed “inerme”.

G. saluta. Prima timidamente. Anche lui è deluso. Sta “prendendo le misure”, non sa bene quanta fiducia può ancora riporre in lui.

Poi qualcosa cambia di nuovo.

Vedo il suo viso distendersi. Gli occhi farsi più sereni. La bocca aprirsi in un sorriso che presto diventa una risata prorompente.

Ignoro cosa gli stia dicendo. Ma l’alchimia è compiuta.

Questa sera una piccola magia ha attraversato l’oceano e ha raggiunto anche il cuore un po’ deluso di mio figlio.

Sono piccoli passi. Sono momenti.

Tu lì.

Noi qui.

Una danza fatta di aggiustamenti. Sofferenza e felicità.

Insieme possiamo costruire.

Insieme possiamo restare.

Insieme C.

Senza inutili fughe o paure ridondanti… che, certe volte, la vita riesce a sorprenderci più di quanto noi possiamo solo immaginare.