Interno notte.

Sdraiata su un fianco. Il sentore di nicotina nel naso e nella gola di una sigaretta fumata di straforo che il corpo, a volte, chiede anche ciò che lo uccide.

L’una e un quarto. Rientrata da un’ora. Pizza con alcuni amici. Sempre la stessa gente da una vita. Liceo che torna nelle parole, nelle risate, nei gesti. Quarantacinque anni che diventano diciannove, in un attimo, sciolti in un abbraccio e in rivoli di ricordi disegnati in ogni ruga del viso o segno sul corpo.

Il telefono poggiato per terra s’illumina. La suoneria è rotta, devo cambiarlo. Messaggio whatsapp. Tu. “Petite puce, ça va? Mi pensi?!?” E una miriade di cuori, i tuoi.

Sei a Boston. Lontano da me. Lontano dal cuore.

Sei lì e mi sembra di non capirti più.

Con un mucchio di appunti tra le mani. Gli esami. I tuoi studenti.

Sei lì. Fuggito da Roma con il tuo letto che sta navigando sull’oceano per arrivare qui da me che era già un noi.

Sei lì. E mi scrivi più volte, “Mi pensi?!?”.

Sì C. Ti penso! Come potrebbe essere altrimenti. Sono ventuno anni che le nostre vite, in modi diversi, sono unite.

“Mi pensi?!?”

Sì. Ti penso.

Stanotte ti penso. Ti voglio. Ti amo.

Domani il sole svelerà anche le ultime intenzioni.

C.