Un’ombra. Il residuo di una bellezza che una volta si avviluppava fiera nei ricci fluenti e negli occhi neri. Sguardo d’imbronciata sensualità. La bocca rossa, non troppo carnosa, i denti appena un po’ schiacciati. Incisivi curvi leggermente rivolti verso l’interno.

Ora il viso segnato da un reticolo di minuscoli capillari rubizzi. Segni rossi, come ragnatele aggrappate alla pelle, a svelare un disfacimento fisico precoce. Una colpa disegnata sul volto da una mano dispettosa. I capelli, radi, il ricordo di onde possenti che incorniciavano un viso scaltro.

Altezza miserabile, un corpo tarchiato. Mani minuscole poco virili. Unghie quadrate sopra polpastrelli infantili.

La pancia appena pronunciata. Pochi peli sul dorso. Un’espressione da bambino dispettoso. Piccoli occhi voraci. La bocca serrata in una smorfia senza passione come a non voler far scappare nemmeno una stilla di saliva.

Niente.

Nessun sentimento.

Nessuna paura.

Il lunedì mattina Andrea sale in macchina. Piccola e tozza come lui. Gialla come un fiore dalla corolla chiassosa. Lui, un narciso perso nel suo stagno, mette in moto e vola via.

Veloce, sotto la pioggia o sotto il sole.

Ha un’agenda. Un impegno. Un appunto.

Si ferma.

Apre, maldestro, lo sportello. Poche parole e la donzella di turno sale su.

Un ghigno, mascherato da sorriso.

Veloce, di nuovo.

Il vento e l’acqua. Oppure il sole cocente.

Casa.

Corridoio buio.

La pancia della balena, orfana di un ingenuo Pinocchio. Alveari di palazzi dagli occhi stanchi. Alberi, mossi da noia, proiettano ombre su anime e strade.

Un minuscolo pertugio nell’intestino del mondo.

Una cantina. Una casa. Dicotomia tra apparenza e realtà.

I corpi nudi.

Seni perfetti tra le mani insaziabili.

Cazzo piccolo e insistente.

È una lotta. Una guerra. Chi viene e chi va.

Il sudore lava subdolo brandelli di anima residua.