Interno pomeriggio.

Fa caldo, molto. Le zanzare, nonostante la disinfestazione periodica, salgono a nugoli dal giardino sottostante e m’inseguono per banchettare allegramente con il mio sangue.

La sacca rosa all’ingresso. Un pacchettino sul mobile bianco, incartato di rosa anch’esso. Le braccia al collo con la porta ancora aperta.

Juliette è atterrata un’ora fa. È appena arrivata a casa. Lei dolce e delicata. Lei col sorriso disarmante e gli occhi verdi di suo padre. I capelli ricci, che ricadono ribelli lungo le spalle.

“Non ti pReoccupare” con il suo italiano incerto e l’accento morbido che tanti bei ricordi riporta a galla nel mio cuore un po’ maltrattato.

È venuta in taxi. Una scelta perentoria. Non ti affaticare. Non rischiare.

È venuta da me. Da noi. Me e G.

Lei che fa parte della nostra vita. Lei un po’ la figlia femmina sognata, desiderata come G., nonostante il momento complicato, è ancora il figlio maschio speculare. L’altra faccia della luna di un uomo che in questo momento fatico a comprendere ma a cui, nonostante tutto, mi lega un affetto (amore) a cui non so ancora abdicare.

Le braccia al collo. Cuore contro cuore. Occhi negli occhi. Baci che schioccano e parlano di bene reciproco e felicità.

“Ti voglio bene, C.”

Gli occhi grandi, specchio di quelli di Hugeman. Pieni di storie, di contagiosa vitalità.

“Te ne voglio anche io Juliette… come potrebbe essere diverso?!?”

Odore di cibo buono per casa.

Svelta verso la cucina. Si ferma, mi guarda e si piega per sbirciare dentro il forno.

“Wow!”

Le melanzane ripiene sfrigolano, allegre pure loro, nella teglia.

Stasera la nostra prima cena insieme. Dopo mesi.

Una settimana insieme.

Roma. Agosto. Noi.

Poi si risalirà tutti insieme su un aereo e l’eco di una lingua straniera (non al cuore)

sostituirà il ritmo consueto di quella di origine.