Interno notte.

Lo scrivo qui. Ho raccontato. Mi sono raccontata. Di amore e di coraggio. Ho usato le parole per raccontare, nutrire, cullare voli di immensa felicità amorosa. Ho usato le parole anche per il loro potere taumaturgico, mettendo a nudo me stessa ed il profondo dolore fisico e, imprescindibilmente, umano che ha caratterizzato la mia vita nell’ultimo periodo.

Lo scrivo qui.

Di nuovo.

La notte del due agosto, anzi l’alba del due agosto duemiladiciannove .

Siamo a casa. Noi. Io, G., Juliette.

Loro sono in camera insieme a Flaminia. Seduti sul bordo della finestra. Li sento chiacchierare, italiano, francese, inglese si mescolano allegramente come in passi di danza ben calibrati. Qui è da sempre così.

Io, in questi giorni un po’ “strani”, mi sono concessa di riprendere a fumare. Non dovrei. Aggiungo male al male fisico. Ma non riesco a smettere. Non so farlo. Ho fumato “per quasi tutta la vita” e ogni boccata di fumo mi calma e mi “riporta un po’ alla me che conosco bene”.

Sono seduta al tavolo del terrazzo. Accendo una sigaretta. Mi rilasso. Il telefono, vicino a me, ammennicolo nero sul piano lucente e bianco, s’illumina.

Un messaggio tuo.

Un palloncino rosso.

“Ehi… che fai voli?!?”

Era arrivato un altro tuo messaggio stamattina sul tardi ma lo avevo ignorato.

Faccio fatica. Passo dalla rabbia al volerti amare disperatamente.

Mi manchi fino a farmi vomitare.

Ti detesto fino a volerti cancellare.

Questa volta cedo. Uno scambio di messaggi. Battute ma non come le solite. C’è qualcosa che non ci rende completamente “noi”.

Alle diciotto e zero otto, l’ultimo messaggio.

C’è tua figlia qui. È venuta da Parigi. Per me, certo ma soprattutto per te. Sapeva che eri tornato qui. Sapeva che io e G. saremmo andati in Francia per una settimana ed è voluta venire per tornare su con noi. Lei ha un cuore grande.

Alle diciotto e zero otto il tuo whatsapp si ferma.

Preparo la cena. Patate al forno. Mozzarella in carrozza da accompagnare con una salsa un po’ saporita al pomodoro e basilico.

Cucino.

Cerco di distrarmi.

Cucino.

Cerco di distrarmi.

Ceniamo noi tre. Io, Juliette e G. Flaminia è tornata a casa del padre.

Risate, forse stavolta, apparenti.

Riordino. I ragazzi mi aiutano.

Innaffio le piante.

Fumo un’altra sigaretta.

Mi distraggo.

Ventuno e venti.

Il tuo whatsapp è fermo alle diciotto e zero otto.

M’infilo un vestito corto. Uno di quei cazzo “di vestitini” che tanto ti piacevano.

“Sei così sexy” mi ripetevi con lo sguardo che ti brillava.

Prendo la borsa, poi torno indietro e passo pure un po’ di rossetto sulle labbra. Non tralascio neppure il profumo. Non sarei io.

“Ragazzi, io esco!”

Corro giù, un piano di scale coi gradini a due a due. Il cuore in gola, il respiro come incollato ai polmoni.

Esco. Un secondo d’indecisione, poi salgo in macchina. Non dovrei guidare in questo periodo. Tutti i medici che mi tengono in cura me lo hanno sconsigliato/vietato.

Eludo il consiglio.

La mia Cinquecento rossa, mi accoglie e mi conforta. Spazio ed odore familiare.

Ventuno e trentadue.

Il tuo whatsapp fermo alle diciotto e zero otto.

Metto in modo.

La strada la conosco bene. Il percorso va in automatico. Questa è la mia zona, ci ho vissuto con i miei dai cinque ai diciannove anni. E da più di tre anni è di nuovo casa per me.

Paesaggi familiari, alberi e case di cui conservo una mappa interiore.

Guido.

Françoise Hardy mi fa scendere le lacrime che io, prontamente, ricaccio dentro.

Arrivo sotto casa sua.

Il tempo di fare un giro per trovare parcheggio. Ne trovo uno dietro la fioriera che porta ai box. Faccio un pezzo di retromarcia. Sto per entrare nello spazio vuoto, quando, nello specchietto retrovisore, mi compaiono due figurette (lui lunghissimo e lei minuscola) abbracciate tanto strette da sembrare una cosa sola.

Lo sguardo si distoglie.

Ventuno e quaranta.

Il cuore si ferma.

Gola. Stomaco. Polmoni.

Il corpo si fa pietra.

Ventuno e quarantuno.

Scendo dall’automobile.

La borsa di stoffa blu, stretta davanti alla pancia.

Cammino senza sentire i piedi.

L’asfalto non esiste.

Sette passi.

Ventuno e quarantadue.

Mi fermo davanti a loro due.

Alzo lo sguardo verso di te. Fisso. Non parlo. Tu mi guardi, stai per aprire bocca, quando lei, candidamente chiede, “Scusi lei chi è?”

Sento il labbro inferiore tremare. Il sudore, gelato, invadere ogni millimetro della mia pelle, la saliva sparire per sempre dalla mia bocca.

La guardo. Vi guardo.

“Sono la donna che il dodici ottobre sarebbe dovuta diventare sua moglie!”

Mi giro e i passi diventano corsa.

Mi butto dentro l’automobile.

Sento la tua voce che rincorre il mio corpo. Eco di un amore forse mai esistito.

Metto in moto.

Ventuno e quarantacinque.

La macchina contiene il mio dolore.

Alberi e case familiari.

Giovedì primo agosto duemiladiciannove. È finita!