… to be

Piccola umanità

persa in stanze lussuose,

mani che s’intrecciano

senza occhi capaci di vedere.

Vita.

Significato recondito

perso dentro ore interminabili

di corpi arsi da dolore e passione.

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Il lunedì di Andrea.

Un’ombra. Il residuo di una bellezza che una volta si avviluppava fiera nei ricci fluenti e negli occhi neri. Sguardo d’imbronciata sensualità. La bocca rossa, non troppo carnosa, i denti appena un po’ schiacciati. Incisivi curvi leggermente rivolti verso l’interno.

Ora il viso segnato da un reticolo di minuscoli capillari rubizzi. Segni rossi, come ragnatele aggrappate alla pelle, a svelare un disfacimento fisico precoce. Una colpa disegnata sul volto da una mano dispettosa. I capelli, radi, il ricordo di onde possenti che incorniciavano un viso scaltro.

Altezza miserabile, un corpo tarchiato. Mani minuscole poco virili. Unghie quadrate sopra polpastrelli infantili.

La pancia appena pronunciata. Pochi peli sul dorso. Un’espressione da bambino dispettoso. Piccoli occhi voraci. La bocca serrata in una smorfia senza passione come a non voler far scappare nemmeno una stilla di saliva.

Niente.

Nessun sentimento.

Nessuna paura.

Il lunedì mattina Andrea sale in macchina. Piccola e tozza come lui. Gialla come un fiore dalla corolla chiassosa. Lui, un narciso perso nel suo stagno, mette in moto e vola via.

Veloce, sotto la pioggia o sotto il sole.

Ha un’agenda. Un impegno. Un appunto.

Si ferma.

Apre, maldestro, lo sportello. Poche parole e la donzella di turno sale su.

Un ghigno, mascherato da sorriso.

Veloce, di nuovo.

Il vento e l’acqua. Oppure il sole cocente.

Casa.

Corridoio buio.

La pancia della balena, orfana di un ingenuo Pinocchio. Alveari di palazzi dagli occhi stanchi. Alberi, mossi da noia, proiettano ombre su anime e strade.

Un minuscolo pertugio nell’intestino del mondo.

Una cantina. Una casa. Dicotomia tra apparenza e realtà.

I corpi nudi.

Seni perfetti tra le mani insaziabili.

Cazzo piccolo e insistente.

È una lotta. Una guerra. Chi viene e chi va.

Il sudore lava subdolo brandelli di anima residua.

Insieme

Interno sera.

Sono forte perché mi concedo di essere debole. Ho preparato la cena. Grigliato le melanzane, tagliato i pomodorini, sminuzzato il basilico, raccolto l’origano da uno dei vasi di fronte alla cucina. Sgocciolato e affettato i nodini di bufala. Tostato il pane integrale. Un pizzico di sale, un giro di olio ligure.

A tavola. La nostra cena. Io e G. Tovagliette di corda, acqua, coca zero. Chiacchiere. Il tempo quieto. Mentre fuori un leggero vento fa muovere come in una danza minuta le tende della sala.

Il tempo. Il nostro.

Piccoli bocconi di quiete e serenità. La stanchezza mia. La stanchezza sua, dopo la lezione di latino (che occorre recuperare i giorni persi).

Noi.

Squilla il telefono, anzi s’illumina, che la suoneria è sempre rotta.

Tu.

La tua voce squillante. È ora di pranzo lì da te.

“Petite puce, ça va? Tu me manques”

Ed io resto in silenzio. Un po’ stordita e un po’ coccolata da quelle parole, apparentemente, sincere a cui non so di nuovo dare la giusta collocazione.

“Passami G. per favore.”

Mi sforzo. Sorrido come niente fosse. Gli cedo l’iPhone.

Lo scassone nelle sue mani grandi sembra ancora più vecchio ed “inerme”.

G. saluta. Prima timidamente. Anche lui è deluso. Sta “prendendo le misure”, non sa bene quanta fiducia può ancora riporre in lui.

Poi qualcosa cambia di nuovo.

Vedo il suo viso distendersi. Gli occhi farsi più sereni. La bocca aprirsi in un sorriso che presto diventa una risata prorompente.

Ignoro cosa gli stia dicendo. Ma l’alchimia è compiuta.

Questa sera una piccola magia ha attraversato l’oceano e ha raggiunto anche il cuore un po’ deluso di mio figlio.

Sono piccoli passi. Sono momenti.

Tu lì.

Noi qui.

Una danza fatta di aggiustamenti. Sofferenza e felicità.

Insieme possiamo costruire.

Insieme possiamo restare.

Insieme C.

Senza inutili fughe o paure ridondanti… che, certe volte, la vita riesce a sorprenderci più di quanto noi possiamo solo immaginare.

“Mi pensi?!?”

Interno notte.

Sdraiata su un fianco. Il sentore di nicotina nel naso e nella gola di una sigaretta fumata di straforo che il corpo, a volte, chiede anche ciò che lo uccide.

L’una e un quarto. Rientrata da un’ora. Pizza con alcuni amici. Sempre la stessa gente da una vita. Liceo che torna nelle parole, nelle risate, nei gesti. Quarantacinque anni che diventano diciannove, in un attimo, sciolti in un abbraccio e in rivoli di ricordi disegnati in ogni ruga del viso o segno sul corpo.

Il telefono poggiato per terra s’illumina. La suoneria è rotta, devo cambiarlo. Messaggio whatsapp. Tu. “Petite puce, ça va? Mi pensi?!?” E una miriade di cuori, i tuoi.

Sei a Boston. Lontano da me. Lontano dal cuore.

Sei lì e mi sembra di non capirti più.

Con un mucchio di appunti tra le mani. Gli esami. I tuoi studenti.

Sei lì. Fuggito da Roma con il tuo letto che sta navigando sull’oceano per arrivare qui da me che era già un noi.

Sei lì. E mi scrivi più volte, “Mi pensi?!?”.

Sì C. Ti penso! Come potrebbe essere altrimenti. Sono ventuno anni che le nostre vite, in modi diversi, sono unite.

“Mi pensi?!?”

Sì. Ti penso.

Stanotte ti penso. Ti voglio. Ti amo.

Domani il sole svelerà anche le ultime intenzioni.

C.

Grazie! (di Paola… di famiglia… di Torino)

Ci sono posti che per anni ti hanno lasciato indifferente… nomi di toponomastica persi in una cartina. Cartoline mentali appuntate alla periferia della propria testa.

Poi succede qualcosa. Un movimento minimo, quasi invisibile. E in un caldo giorno di luglio io e G. saliamo su un treno. Ognuno con le proprie idee, i propri sogni e le individuali piccole speranze chiuse nel cuore.

Accade che si viaggia uno di fronte all’altra. Madre e figlio. Libro su libro. Parole su parole. Occhi neri su occhi neri.

Accade che si arriva.

Sottobraccio e con il nostro trolley al seguito camminiamo per strade calde. Sole pallido. Grigio che non è tale. Di una consistenza che colora occhi, viso, capelli e lentamente si adagia in te. Ti avvolge. Ti seduce. Lo fa senza gridare. Senza modi sfacciati. Ti punge come un piccolo ago e lentamente ti trasforma.

Succede che ti affacci da una casa di ringhiera e senti il grido di operai che tirano su una brugola, in un accento che non è il tuo, e il cuore accelera perso in un ritmo diverso.

Alzi gli occhi e un albero, mosso dal vento, racconta storie nuove.

Abbassi lo sguardo e il fiume quieto ti accoglie tra le sue braccia maestose.

Succede che una persona speciale ti accoglie a casa sua. Ti sorride. Ti fa conoscere tutte le sue persone del cuore, che, a loro volta, hanno un cuore grande, magnifico, sorprendente.

Succede che passano due giorni e quando risali sul treno che ritorna a Roma… tu non sei più la stessa. Il cuore pieno di gioia e gratitudine. L’anima leggera e felice.

Grazie Paola. Grazie a tuo marito e ai tuoi meravigliosi figli.

Grazie Torino che, come un amante discreto, mi hai rapito il cuore… per sempre!

Evanescenti

Amore che non sei

estensione di pensiero,

ombra d’oro sulla pelle nivea.

Spazio d’attesa bianca,

nelle notti di stelle calde

e sogni su cuscini profumati.

Non si può sentire, restare,

amare lievemente le ore

che bollenti sulle mani si

dipanano lucenti sul bordo

di binari d’acciaio ed intenzioni.

Non si può amare

si resta in bilico, carezze

che non possono rendere

schiavo il cuore capriccioso.